Comunicazione

Quando il ragionamento sembra corretto ma…

25/04/2019

Martedì 30 aprile, all’Università di Padova (Giurisprudenza), parteciperò ad un Seminario parlando di fallacie argomentative. Ovvero, del fenomeno analogo a quello della falsa percezione in campo visivo: un ragionamento che sembra funzionare ma, se lo si analizza meglio, nasconde è solo apparentemente corretto.

Esatto, proprio come nella figura di copertina: le linee orizzontali appaiono convergenti e storte, mentre sono perfettamente parallele.

Proprio quello che può accadere con l’uso delle fallacie: il carattere delle fallacie è quello di simulare ragionamenti logicamente corretti che, ad un’analisi più approfondita, mostrano di “non funzionare”.
Le fallacie sono modi di ragionare errati, perché – nella maggior parte dei casi – partono da premesse false, o si producono a sostegno delle proprie tesi argomenti irrilevanti dal punto di vista razionale.
Tutto ciò non toglie comunque ampiezza alla diffusione delle fallacie: non sempre si vuole far leva sulla razionalità dell’interlocutore, e talvolta è più semplice puntare sulle emozioni o è più efficace ricorrere all’inganno.
Si tratta dunque di errori logici che nascono da difetti (spesso voluti) con cui sono costruite le argomentazioni del discorso pubblico in ogni ambito: dai social alla politica, dalla pubblicità alla morale, dalla cronaca alle varie forme di storytelling. Si può dire che gran parte della comunicazione moderna è affetta da questi ‘vizi’; e che l’uso di fallacie sia alla base delle fake news.

Facciamo un esempio: “Hai smesso di far uso di droghe?”. Si tratta di una “domanda complessa”: si pone una domanda in maniera tale da presupporre la verità di una conclusione. “Hai smesso di far uso di droghe?” presuppone infatti che si abbia iniziato a farlo. La risposta con un “sì” o un “no” è riduttiva, poiché la domanda è appunto ‘complessa’, e presuppone un’altra domanda: “Hai mai iniziato a fare uso di droghe?”.
Lo scopo è allora solitamente quello di cogliere impreparato l’interlocutore. Ad esempio, è utilizzata anche quale banale tecnica di interrogatorio: si pone una domanda che implica la sussistenza di un fatto o di una verità presupposta (“Dopo averlo ucciso, dove hai nascosto il corpo?”). L’interrogato, comunque risponda (con un ‘sì’ o con un ‘no’), ammette inevitabilmente il presupposto non esplicitato.

Nel termine “fallacia” sembra dunque risiedere in maniera quasi naturale un’accezione negativa di significato, perché in effetti le fallacie sono particolari “errori” di ragionamento. Tuttavia, un accurato e strategico uso delle fallacie argomentative può rendere talvolta il discorso più persuasivo ed efficace rispetto a un ragionamento del tutto corretto dal punto di vista logico. E trasformare il vizio in virtù.

Ci vediamo a Padova, martedì 30.