Teatro

31 ottobre 1984

01/11/2019

Muore Eduardo De Filippo. Ma dire “muore” è assolutamente limitativo, perché ciò che è eterno non muore. Proprio come le sue parole pronunciate un mese prima (15 settembre 1984), in una rarissima uscita pubblica presso il Teatro Antico di Taormina.

Pronunciò un discorso memorabile, un’autobiografia in poco più di una cartella (trenta righe per i nativi digitali) pronunciata a braccio.

«Voi sapete che io ho la nomina di essere un orso. Ho un carattere spinoso, che sfuggo… sono sfuggente. Non è vero. Se io non fossi stato sfuggente, se non fossi stato un orso, se non fossi stato uno che si mette da parte, non avrei potuto scrivere cinquantacinque commedie».

Così, in un sol colpo, cancella il mito del «cattivo Eduardo». E continua:

«Insisto col dire: il Teatro, se lo si vuol fare seriamente, è altruistico non egoistico; l’altruismo ritorna, l’egoismo ti manda all’altro mondo. Questo l’ho fatto perché così è la mia vita, così come sono nato, così come mi hanno insegnato i maestri di un tempo. Perché sono venuto qui stasera? Eh beh, certo me ne sarei stato a casa, come ho fatto sempre, a scribacchiare qualche ultimo pensiero, qualche ultima follia. Ma ho detto: no. Io ci devo andare perché è la festa dell’arte, è la festa degli attori, e finalmente li voglio guardare in faccia, tutti quanti. Voglio, voglio vedere anch’io il teatro dalla platea, voglio anch’io vedere il teatro che cammina, voglio vedere il teatro che non si arrende, che va avanti con i giovani, con gli anziani, con i vecchi come me, che va avanti. Ecco perché sono tra voi stasera. Per vedere questa serata di festa».  

«Questo teatro lo conosco; ci sono venuto tanti anni fa, ma non è oggi come allora. Oggi questo teatro deve diventare il trono dell’arte. L’abbiamo inaugurato noi, con le nostre forze, con i nostri sacrifici, perché fare teatro sul serio significa sacrificare una vita. Sono cresciuti i figli ed io non me ne sono accorto. Meno male che mio figlio è cresciuto bene. Questo è il dono più grosso, più importante che ho avuto dalla natura. Senza mio figlio, forse, io me ne sarei andato all’altro mondo tanti anni fa. Io devo a lui il resto della mia vita. Lui ha contraccambiato in pieno. Scusate se faccio questo discorso e parlo di mio figlio. Non ne ho mai parlato. Si è presentato da sé, è venuto dalla gavetta, dal niente, sotto il gelo delle mie abitudini teatrali. Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare, è stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il Teatro. Così ho fatto!».

Eduardo ha rappresentato nei suoi testi la società napoletana e italiana. Ha messo in scena le contraddizioni, i pregi e i difetti dell’essere umano. Con grande ironia De Filippo ha dato vita a personaggi amari e divertenti, perdenti e vincitori che hanno espresso la quotidianeità e straordinarietà dei sentimenti e delle passioni umane.

Eduardo ha concepito il teatro in questo modo, come esplicitazione dell’uomo. In questo si è ispirato a Luigi Pirandello alla sua concezione delle tante “maschere che utilizziamo per vivere in società“. De Filippo da napoletano sul palco ha dato tutto, della tradizione di Napoli, senza mai essere banale. Non è mai cascato nei luoghi comuni e negli stereotipi. Eduardo ha espresso la vera Napoli, nel bene e nel male.

Eppure, non è solo quella Napoli a ringraziarlo.